La Legge Pinto e la limitazione dell’istanza di prelievo

La Legge Pinto e la limitazione dell’istanza di prelievo

Con la Legge di Stabilità del 2016 il nostro Parlamento ha reso un po’ più difficoltoso per il cittadino ottenere un risarcimento per l’eccessiva durata di un processo. Infatti l’accesso alla c.d. Legge Pinto (Legge n. 89/2001) è stato limitato dall’introduzione di una serie di rimedi, detti preventivi, come, ad esempio, il dovere che ha una parte processuale di proporre al giudice vere e proprie richieste di accelerazione di una causa giudiziaria.

Nel processo amministrativo, infatti, un cittadino può sperare di ottenere un risarcimento solo se il suo avvocato deposita, durante il giudizio, l’istanza di prelievo, contemplata dall’art. 71, comma 2 del codice del processo amministrativo. Più precisamente l’istanza di prelievo è quello strumento che consente all’avvocato di segnalare al magistrato che un ricorso amministrativo è urgente e necessita di essere discusso in tempi rapidi.

Ebbene, una recente decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, datata 25 Febbraio 2016, ha stabilito il principio per cui l’istanza di prelievo non ha una reale funzione acceleratoria in quanto la fissazione dell’udienza di trattazione resta nella piena discrezionalità del giudice amministrativo. In parole più semplici, la Corte vuole dire che il giudice amministrativo, nonostante un avvocato lo abbia sollecitato, è sempre libero di stabilire il giorno in cui discutere una causa. Questo aspetto non la rende dunque uno strumento utile per accelerare un processo.

In conseguenza di ciò, la Corte di Strasburgo ha pertanto dichiarato che la Legge Pinto, con tale limitazione, non può essere considerata un rimedio effettivo come invece vorrebbe la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

I cittadini italiani che si erano rivolti alla Corte sono risultati vittoriosi riuscendo ad ottenere nei confronti del nostro Governo l’esonero dall’obbligo di presentazione dell’istanza di prelievo.

Anche sul fronte della somma riconosciuta ai ricorrenti, è parso che la Corte europea non abbia tenuto conto delle nuove tariffe del 2016 che hanno riformato in senso peggiorativo quelle previgenti, corrispondendo a ciascuno di loro la somma di € 22.000,00 parametrandola ai diciotto anni di durata del processo amministrativo.

In definitiva, si è certamente in presenza di un orientamento che sicuramente conforterà tutti coloro che ormai da troppo tempo aspettano di essere rimborsati a causa della cronica inefficienza della giustizia italiana e che la recente riforma del 2016 ha in parte tentato di vanificare. E’ solo questione di tempo dunque che il nostro legislatore recepisca queste importanti indicazioni della Corte di Strasburgo.