LA LEGGE PINTO


Nell’anno 2001, per volere dell’Unione Europea, si ha l’ingresso nel nostro ordinamento giuridico della Legge Pinto (la Legge n. 89/2001) finalizzata a stabilire un’equa riparazione per tutti i danni, siano essi di natura patrimoniale che non patrimoniale, patiti per l’eccessiva durata del processo.

Tale disposizione infatti trae fondamento dal c.d. diritto ad un equo processo, che è un primario diritto dell’uomo sancito in alcuni testi sovranazionali quali la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (all’art. 10) e la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (c.d. CEDU all’art. 6).

Equo processo sta a significare che ogni persona che sia parte in causa in un processo civile, penale o amministrativo, ha l’incomprimibile diritto acché quello stesso giudizio si esaurisca entro un determinato lasso temporale. La logica conseguenza del mancato rispetto di questo termine ragionevole consiste nella condanna da parte dello Stato italiano al rimborso di una somma di denaro nei confronti della medesima parte processuale.

Nel 2012 e successivamente con la Legge di stabilità del 2016, la Legge Pinto subisce delle importanti novità, tra le quali la fissazione di un limite massimo oltre il quale un processo è sempre e comunque considerato irragionevole e cioè quando non supera tre anni in primo grado, due in grado di appello ed uno in Cassazione. Si considera in ogni caso rispettato il termine ragionevole qualora l’intero giudizio si esaurisca complessivamente entro sei anni.

Sono anche stati introdotti dei paletti alla richiesta del risarcimento da parte ad esempio di coloro che sono risultati soccombenti per lite temeraria o per coloro che non hanno esperito dei tassativi rimedi preventivi atti a scongiurare una dilatazione dei tempi processuali.

La somma da corrispondere per ciascun anno o frazione di anno superiore a sei mesi, che eccede il termine di durata ragionevole del processo, attualmente oscilla da un minimo di € 400 ad un massimo di € 800 e la relativa domanda si propone con ricorso dinnanzi alla Corte d’Appello territorialmente competente entro e non oltre sei mesi dal giorno in cui la decisione che conclude il procedimento è divenuta definitiva.